ipertesti di paolo sordi

Tennis, tv, pendolarismo, web 2.0 (e altre cose divertenti che non farò mai più)

Archivio: Ascoltati

Bobby Womack – Nothin’ Can Save Ya

Ha iniziato con Sam Cooke (morto per ferite da arma da fuoco). Ha suonato la chitarra e/o scritto canzoni per Wilson Pickett (morto per infarto), Sly Stone (vivo, ma non si sente benissimo), Janis Joplin (morta per overdose), Aretha Franklin (vedi Sly Stone) e Jimi Hendrix (morto per overdose). A Jimi insegnò anche qualche trucco, che il ragazzo imparò bene in effetti, ma quella è un’altra storia. Si è costruito una carriera solista da poeta del soul. Quentin Tarantino gli ha edificato un monumento sonoro dentro Jackie Brown, ma lui intanto si stava eclissando tra droga e diabete. Era quasi morto, quando nel 2009 gli squilla il telefono. Sono Damon Albarn. Chi? Come chi, il leader fichissimo dei fichissimi Gorillaz, gli dice quella modaiola di sua figlia (sarebbe pure il leader dei fichissimi Blur, ma quella è un’altra storia). Il rivale storico dei fratelli Gallagher (pensa tu le combinazioni imprevedibili dell’universo musicale) lo smuove dal divano e lo invita a cantare una canzone dei Gorillaz, con grande perplessità sua e grande eccitazione della figlia. Albarn avrebbe voluto invitare anche Curtis Mayfield e Marvin Gaye, ma quelli, poveracci, non ci sono più neanche loro. La canzone non viene niente male e allora Albarn gliene fa cantare un’altra e se lo porta in tour e, visto che a Bobby è tornata nel frattempo la voglia di scrivere canzoni, si offre di produrgli un album intero. Neanche un session man, però, come si faceva ai bei tempi, ma solo strumenti elettronici. E la voce e la chitarra di Womack. Tra una polmonite e un cancro al colon, viene fuori un capolavoro. Perché non importa la freddezza del computer, quando c’è lo stile e il calore di un’anima che ha ancora la forza di cantare le sue storie. È proprio vero: niente può salvarti dal tuo destino di sopravvissuto.

Rick James – Cold Blooded

Tu sei lì, tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta, bello funkadelico e macho, erede legittimo, riconosciuto e di successo di una tradizione che parte da James Brown e arriva giusto giusto a te, pubblichi canzoni irresistibili che hanno dentro il ritmo nero della strada, scrivi pezzi per Smokey Robinson, i Temptations e Eddie Murphy addirittura, ti circondi di donne in abiti buoni per sfilare sulla Salaria, donne delle quali scopri, oltre ai suddetti abiti, anche inattese doti vocali, donne per le quali produci dischi, pure quelli di un certo successo, e insomma stai lì a tenere alta la bandiera del funk negli anni del pop annacquato e a raccogliere il grano e la grana di tanto talento e impegno, quando: a) un ragazzino di Minneapolis con la vocina da femminuccia, che ti ha fatto da spalla in un tour, ti ruba un po’ di trucchi del mestiere e inizia a sorpassarti a sinistra e a destra – tu gli rubi la tastiera, peraltro, ma quella è un’altra storia; b) te ne parti per la tangente grazie a uno stile di vita tutt’altro che professionale, che ti porta a salutare tutti nel 2004, a cinquantasei anni. Altro che sangue freddo, caro Rick. Caldo, troppo caldo.

Marvin Gaye – A Funky Space Reincarnation

All’epoca della produzione di Here, My Dear, Gaye era in condizioni personali penose. Il divorzio e uno stile di vita dissoluto, tra droghe e altre abitudini costose come i vestiti (per i quali pare spendesse una vera fortuna), lo avevano ridotto sul lastrico. Si convinse a entrare in sala di registrazione solo perché mosso dagli obblighi nei confronti della Motown e degli alimenti da pagare alla moglie: una volta nello studio, registrò gran parte delle sue tracce vocali steso su un divano, sfatto e quasi assente. Eppure, con tutta la sofferenza che pervade l’album, che poi altro non è che una cronaca quasi didascalica delle sue vicende familiari, la voce di Marvin Gaye si stacca dal dolore dell’anima e del corpo e si reincarna in un altro spazio, irraggiungibile agli umani. E, quasi quaranta anni dopo, quegli arrangiamenti di seta, quelle ritmiche funky fanno ancora scuola. Roba che Robin Thicke e compagnia sono lì che sgomitano per copiarla, tanto per capirci.

Charles Bradley – Strictly Reserved For You

Hai quattordici anni e una sera tua sorella ti porta al concerto di James Brown. All’Apollo Theatre, nel 1962, quando Mr. Dynamite faceva esplodere soul e sudore da ogni nota. Decidi di diventare come lui e finisce che fai il cuoco per le mense. Però, tra un hamburger e un piatto di fagioli, non smetti di cantare la musica dell’anima nei locali alla periferia di Brooklyn. Arrivi quasi all’età della pensione e un produttore innamorato del soul, quello suonato da musicisti veri con strumenti veri, il soul di quella sera all’Apollo, questo produttore ti vede, ti sente e ti fa registrare un disco e poi un altro. E non diventi James Brown, né Otis Redding, ma invece di urlare ai tuoi quattro compagni di stanza dell’ospizio, canti dalle radio di tutto il mondo.

Darondo – Didn’t I

Prendete la voce di Al Green, gelatinate i capelli come Chuck Berry e lasciate crescere baffetti à la Little Richard; ingioiellate le dita delle mani con gli anelli indiscreti di Solomon Burke, aggiungete il falsetto di uno dei fratelli Isley e condite con il guardaroba di Sly Stone; quindi, mettete nel dimenticatoio oppure in un bordello di San Francisco, e dopo una quarantina d’anni recuperate William Pulliam, in arte Darondo. Un pappone, praticamente. Però doveva trattarle bene le sue donne, se cantava così.

James Brown – People Get Up And Drive Your Funky Soul – Remix

Chitarre ritmiche ipnotiche, percussioni che non danno tregua, fiati come bocche di fuoco. E gli incessanti richiami vocali di uno stregone nero, a dettare il passo delle anime smarrite del villaggio verso la terra promessa del funk. Nove minuti di blaxploitation secondo James Brown: provate a non battere il piede.